Si chiama (h)ortus, è la rivista on-line di Valle Giulia. I contenuti sono molto lontani da me ma la forma è perfetta. Mi ha dato una botta creativa totale! Voglio un blog così, semplice ed immediato ma molto meno bracciante! Insomma, meno legato alla disciplina, alle discipline nella pluralità dei sensi di questo vocabolo. Disciplina architettonica e disciplina concettuale, di studio. Ora non ho tempo ma stanotte posterò l'idea ultima. O la và...
lunedì 14 aprile 2008
Morte di un viaggiatore
oggi giornatuccia.
Lo straniero (ma non fa un po' troppo camus?) entra in città inciampa in un cumulo di videocassette di vecchi episodi di colombo e muore.
Con la M maiuscola
Pensavo da dove cominciare la mia favola moscovita e sono inciampata su di un vecchio sito delle mie foto fatte nei pressi del nostro Castello-Cremlino scientifico (anche per la somiglianza delle forme gotiche versione staliniana) ovvero L'Università Statale Lomonosov. Lì ho passato 5 anni della mia vita senza mai godere veramente la vista panoramica sulla città (punto d'incontro obbligatorio per turisti-venditori dei souvenir, orologi e naturalmente matrioski), perchè mi trovavo sempre imprigionata nel labirinto delle aule universitarie. E ora, trovandomi a Bologna in un altro labirinto - quello dei portici infiniti - lancio uno sguardo all'aldilà dei fiumi, frontiere, tempi a questo posto unico, ovvero la mia Mosca con la M maiuscola.
To be continued...
C'mon eileen
Icone russe

Essendo ormai sommersa da valige, articoli e appuntamenti mancati sotto i portici, vi regalo, fresca fresca da Mosca, la donna che porterà un brivido post sovietico al blob. Soprattutto per Eugenia, altro nome russo anche se molto toscano! Eccola, curerà l'etichetta "Icone russe" la nostra Nadioska. Benvenuta!
sabato 12 aprile 2008
Racconto aperto
L'inizio è un tòpos, niente di più niente di meno. Mi perdonerete, ma stamani in nazionale non sono riuscita a fare di meglio (sì, invece di occuparmi degli alberti viaggiavo a cavallo in lande assai desolate). Magari però qualcuno raccoglie e rilancia. Vedi mai.
Ecco che arriva alle porte della città. Gli è apparsa all'improvviso, da lontano, emersa dalla nebbia brumosa dopo lunghi giorni di viaggio. Il sole è pallido, lo si indovina al di là del cielo basso, pesante, e gli occhi stanchi si abituano a fatica a questa luce sterile di ombre.
Chi è quest'uomo, cosa cerca. Forse non cercava questa città, ma comunque vi è giunto. Non sappiamo neanche se deciderà di entrarvi, o di proseguire il suo cammino. E' stanco, questo lo immaginiamo ("dopo lunghi giorni di viaggio") e avrà bisogno di riposare, di cibo. Vorrà scambiare parole con qualcuno, rispondere all'invito suadente di una donna, foss'anche una puttana.
Vogliamo pensare che quest'uomo accetti di passare almeno una notte nella città, che sia curioso di scoprirne i vicoli e le piazze vocianti, di assaporarne gli odori. E' solo da molto tempo, entrerà.
Mentre il suo cavallo prosegue lento il cammino verso le porte mute, la città prima informe, massa scura all'orizzonte, inizia a disvelarsi. Le mura che si stagliano così alte rivelano che è stata un tempo ricca e fiorente. Una città di scambio. Lo è ancora? Il nostro viaggiatore comincia a sentirne i rumori mentre si avvicina? Oppure è stupito e inquieto del silenzio che lo accoglie?
... comunque tranquilli. Tra un po' ritorna il mansueto mestierante. Poche domande, occhio bovino. Rassicurante anzichenò.
venerdì 11 aprile 2008
giovedì 10 aprile 2008
mercoledì 9 aprile 2008
La ricerca
Stamani ti sei alzata a fatica, mestierante. Hai guardato il soffitto per mezzora. Una pesantezza infinita. Sei rotolata giù dal letto e sei andata in bagno, allo specchio con gli occhi un po’ pesti di sonno ti sei chiesta più volte se hai fatto un errore.
No. No, non l’hai fatto. Ti sei truccata con cura e lentezza. Ti sei vestita di nero e ti sei messa i tacchi. Non dici una parola? Che ti passa per la testa.
In bicicletta, l’aria della città è frizzante a quest’ora di mattina. E’ una mattina come le altre ed è tutto diverso. In biblioteca, una gazzarra di uccellini distoglie la tua attenzione dal libro che stai sfogliando, svogliata. Guardi fuori e li vedi che bisticciano; dietro di loro, San Miniato è una presenza solida e calma, e pensi che vorresti essere come lei.
Che è successo, mestierante, che ti sei tolta gli occhiali spessi, hai abbandonato gli aeroplanini e ti mostri così, anima nuda? Hai gettato la maschera?
I tuoi lettori (due, in effetti, ma affezionatissimi) ti reclamano, avidi di conoscere i golosi pasticci che ti capitano negli uffici comunali. Ma il personaggio ti è stretto in questi giorni. Non menzionerai nemmeno lontanamente l’architettura, neanche per sfotterla. Sei entrata nella cabina del telefono, ti sei cambiata e ne sei uscita così. Con questi maledetti tacchi che ti fanno ondeggiare un po’ e una matita a fermare i capelli.
Corri a cercare Autodafé, coraggio. Non te la far raccontare più. I tuoi lettori, se vorranno, sapranno aspettare.
ARCHITEKTONIKA - 04 - eUTROPIA
C’è un aUTODAFE’ in ogni Architetto, perché basta guardare dove gli altri non guardano.
Basta essere curiosi ed avere fede per scoprire aUTODAFE’.
Quando le porte si chiudono, quando anche l’ultimo dei visitatori è ormai lontano, lei si manifesta in tutto il suo splendore e si rende accessibile a quei pochi Bimbi Sperduti che hanno ancora una volta trovato il coraggio per cercarla.
MAMMA ROMA
martedì 8 aprile 2008
Autodafè
Marco - disse Kublai Kahn rivolgendosi al suo ospite - raccontami prima di partire della città di Autodafè. Molti dicono che sei il solo in tutta la Cina ad averla veduta.
Mio signore - rispose Marco Polo - è vero che ho visitato Autodafè, ma è altresì vero che nulla posso dirti di quel luogo.
Allora il Gran Kahn si accigliò - molte volte ti ho detto che non credo a ciò che mi dici. Le città di cui parli sono pura invenzione. Perché allora negarmi quest’ultima menzogna? Perché non descrivermi anche quest’ultima città?
Grande Kahn - osservò Marco - il posto di cui parli è inaccessibile alle parole. Nessuna forma vi è contenuta. In nessun tempo.
Allora – rimbrottò l’imperatore – tu come ci sei arrivato? E quanti giorni hai sostato tra le sue mura?
Mura, Kublai Kahn? Rispose il mercante. Chi ti dice che Autodafé sia circondata da mura? Nessun bastione la cinge. Nessun mare la protegge. Nessuna montagna la sovrasta. Nessuna porta la schiude allo sguardo. Autodafé non si scorge in lontananza. Non vi si può giungere in un dato giorno, a una data ora. Se vuoi saperlo, non credo di averla ancora abbandonata.
Allora – rincarò il Gran Kahn incuriosito – se è vero quanto dici, che ancora vivi in essa, sarà certo più facile parlarmene.
Tu, Kahn, che sei un grande condottiero, meglio di altri dovresti sapere che è proprio del luogo in cui vivi che più difficilmente puoi dire. Infatti la sola cosa che potrei raccontarti di Autodafé è che, sinora, non ho potuto lasciarla.
Marco – sogghignò l’Imperatore – confondi le parti pronunciando questo discorso. Sono io, colui che appeso al trono, vive il proprio regno attraverso le parole del viaggiatore. E sei tu, colui che senza dimora, esercita il suo fascino raccontandomi il mondo. Inventando per me il mondo.
Dici il vero – aggiunse Marco – poiché se esisto è solo attraverso le parole che pronuncio in tua presenza. Il mondo lo percorro per poter un giorno venire qui a descriverlo. Eppure grande Kahn, anche io appartengo a una città, anche il mercante di sogni, sogna. E sogna di tornare ad Autodafè.
Dunque Marco, se Autodafé davvero è la tua città, ancor più ti esorto a dirmi di lei. Quale luogo può aver così profondamente ammaliato il grande Marco Polo?
Un giorno – rispose il viaggiatore – senza bisogno che io te la descriva, anche tu vedrai Autodafé. Quando accadrà, o immenso Kahn, non avrai più bisogno dei miei racconti. Non vedrai più paradisi artificiali, inferni di carta e porti senza navi. Quando vedrai Autodafé sarai tu a raggiungermi ed io smetterò di viaggiare.
Detto questo Marco Polo si alzò, fece un grande inchino e, congedatosi dall’Imperatore, partì.
Se le città raccontate fossero reali o meno non ci è dato scoprirlo. Come non sapremo mai se Kublai Kahn credesse o meno ai racconti del suo ospite. Solo sappiamo che il grande condottiero, in piedi sulla soglia della sua immensa terrazza, osservava il cavallo di Marco allontanarsi all’orizzonte. Solo sappiamo che, mentre si allontanava dalla reggia, senza mai girare il capo, Marco Polo salutava Autodafé. La sua città.
A J e G perché ogni principe è prima di tutto un tiranno, ogni santo è stato inquisitore ed ogni nido nasconde una gabbia
lunedì 7 aprile 2008
Caro A,
di corsa, perché così mi conosci. Eppure alla rapidità dei movimenti, dei tempi dell'azione, corrisponde, anche, una certa lentezza riflessiva. Uno spazio interiore che mi concedo. Come sai principalmente nei week end. Parbleau! Volevo dire nei fine settimana. Scusa l'anglicismo. Che poi, a dire il vero, quel fine settimana non è altro se non la traduzione letterale di un concetto, nato proprio dalla rivoluzione industriale (tutta inglese), che noi mediterranei abbiamo assorbito. Il week end è un brand profondamente brit! Sì, sono rimasta lì. Alla nostra discussione pasquale. Torino è sempre presente nei miei traumi pre-partenza. Cerco di riabilitarla. Come la nostra povera lingua, no? Così pervasa da quella - dicevi tu - povera per davvero che è l'inglese. E proprio non ci sto. Non credo tu abbia ragione. Io che di parole vivo. Come tanti. Come alcuni gloriosi scrittori che furono eccellenti traduttori. Lo so che tu parlavi di riduzioni, d'impoverimenti di senso. Parlavi e citavi Moretti: "Ma come parla lei? Le parole hanno un senso!". Vero. Vero che ci si riempie la bocca di lay out di plug in di coming soon. Ma non credere, non cadere nel tranello, che questo sia l'inglese. Quella lingua coltissima, fatta di doppi sensi acuti e frasal verb. Non credere che proprio il senso di quella lingua non abbia massivamente influenzato pubblicità e creatività. Visual, copy e co. Se è davvero il nemico elabora una giusta strategia bellica. Magari leggendo Dorothy Parker, che è abbastanza hold fashioned per incontrare i favori di un sabaudo come te. Poi, scusa tanto sudista-nordico, ma se di meticciato si trattasse, che male ci sarebbe?! Dante, mi pare, scrisse anche in volgare...
Bacia Torino per me
E
ARCHITEKTONICA - 03 - eUTROPIA
ARCHITEKTONICA - 02 - eUTROPIA
VINITALY
Al VINITALY, il luogo più visitato, nemmeno a farlo a posta, era un spazio interstiziale.
Interminabili file di cristiani dalla vescica ricolma di miscuglioni dei più improbabili vini in commercio, si accumulavano nervosamente d’avanti ai cessi pubblici.
Liti, nervosismi e crisi isteriche si accavallavano alle scuse più mirabolanti per ottenere sconti nella pena.
Il cesso dell’handicappato era stivato ed usurpato da manipoli di dissidenti.
Il cesso degli uomini, ormai inagibile, si era reso autogestito e la pisciata non conosceva più limiti nella scelta del sito specifico dell’atto liberatorio.
Il cesso delle donne, ancora composto nella sua estetica, richiedeva un’attesa superiore ai trenta minuti e i fidanzati, che accalcavano l’ingresso nell’attesa delle piscione, ormai avevano stretto amicizie con perfetti sconosciuti.
Questo mi è sembrato decisamente il luogo più fecondo ove indagare la ricerca.
Qui dove la necessità la fa da padrona l’architetto deve fornire una valvola di sfogo, che distragga gli iracondi fruitori.
giovedì 3 aprile 2008
Venezia
Effetto Notte
Pochi la amano davvero. Io ho con lei un rapporto simile a quello che ha il protagonista de L'età della ragione con la sua amante. Un entusiasmo iniziale divenuto consuetudine. Oggi piove sulla città in cui non ci si bagna mai, in cui la finestra prospettica è una curva tagliata per un terzo dalla teoria dei portici. La amo?Amo la stazione, che è uno snodo e mi porta sempre altrove. Amo trovarmi per caso in qualche vecchia osteria la notte. Amo i tortellini in vetrina. Amo il ricordo della cultura che si produceva tra le sue 12 porte. Amo il transetto interrotto di S.Petronio, che non è la cattedrale, che è la chiesa del popolo, incompiuta, per costruire l'università degli eletti. Ma a Bologna ormai ci sono soprattutto parolai e filosofi accattoni. Gente fallita, addormentata dal suo "troppo benessere", scolorita come il rosso che ne fu la bandiera. La odi?Perché odiare Bologna? Odieresti una donna di mezza età che, sì, fu molto bella, ma ora è affaticata e pesante, e usa trucchi da circo per coprire le occhiaie? E usa abiti scollati per nascondere le cicatrici. No, non odiarla, non ne vale la pena. Qui siamo tutti morti. Se proprio devi, prega per noi.
Cara J,
Sophie Calle al Padiglione francese. Entravi e t'accoglieva una stele di Rosetta inchiodata al muro. Inchiodata alle parole. Devo ancora capire se fosse più potente l'immagine di una lettera (e-mail) riprodotta come un poster da autostrada o il contenuto deflagrante di un abbandono reso pubblico. Condiviso. 107 donne, artiste, intellettuali, professioniste (c'era anche la Luciana nazionale) chiamate a interpretare quella lettera d'addio. 107 punti di vista femminili orchestrati da Daniel Buren, commissario in stato di grazia. Vengono ancora a galla, a volte le parole della fine "Prenez soin de vous". Le parole con cui lei, però intitola la sua opera. Un uomo la lascia, con una lettera, dandole del lei, ed esortandola ad aver cura di sé. E lei lo fa, trasforma tutto il dolore e la rabbia in creazione. Costruisce un meccanismo di condivisione e di elaborazione, di sdoppiamento e di alleggerimento. Fa un miracolo: si salva, si cura. Ma occorre una lettera di abbandono, una parola d'addio, un commento. Sceglie un segno e ne fa la lapide funeraria di quella specifica deriva, di quella specifica storia. Non a tutti è data la visibilità di Sophie, ma per tutti c'è l'occasione dell'elaborazione, della trasformazione. Da energia a poesia. Da perdita a progetto. Non è poi così moderno questo concetto. Questo bisogno di materiali urticanti per creare. Il marmo, a mio avviso, non è certo meno ostico. Forse occorre solo un'altra abilità per poter trattare la materia di cui sono fatti i simboli del nostro secolo. Parole nell'etere. Messaggi virtuali. Alterego. Falsificazioni visive. Sii più forte di questa deflagrazione e naviga nell'arcipelago: l'isola che cerchi è probabilmente sulla tua barca.
Le esperienze che abbiamo condiviso sono già un racconto. Scritto a quattro mani.
Tua
E
mercoledì 2 aprile 2008
Santa Maria...
...della Consolazione, che quando arrivo nella città di notte, i mattoni rossi sono stinti dalle luci fioche dei portici.
Santa Maria dei Pellegrini, che la strada per casa è un viaggio fatto a memoria, che non ti perderesti neppure bendato, che non ti perderesti neppure guardando per la prima volta.
Santa Maria del Borgo, che rientrando stanotte la strada era addobbata come una diciottenne alla fiera del paese.
Santa Maria della Redenzione, che l'ascensore è di nuovo rotto, e mi son persa i peccati per le scale, su, fino al quinto piano.
Sono scivolati via leggeri come i drappi sventolanti di viscosa e pizzo. Come i darppi arrampicati tra i palazzi della Ricostruzione. I palazzi della parte nuova, dopo che caddero le bombe.
Santa Maria del Ponte, prega per noi peccatori, accetta le stoffe che sventolano come sottane di puttane la notte. Accetta i palazzotti fatti di sputo e cemento. Accetta che beva l'Albana e ti preghi, quando tira il vento sulla città, di far comparire queste vecchie bandiere sciupate. Di sorprendermi ancora, con un gioco da cartomante, con due veli e una povera lampada.
EXPO
http://www.milanoexpo-2015.com/pop_video.php?w=640&h=480&v=http://streamer01.itcons.com/expo2015/640.wmv
CAZZO, NON VOGLIO VIVERE FINO A 30 ANNI !!!!!!
Spero di esporre a Milano 2015 in un evento tipo memorial!
ENRICO CASAROSA




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